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Vito Gironda: “Referendum interno Spd è democrazia deliberativa?”

dicembre 1st, 2013Comments Off
Vito Gironda: “Referendum interno Spd è democrazia deliberativa?”

Abbiamo chiesto a Vito Gironda di commentare la consultazione degli iscritti della Spd sull’allenza di governo. Gironda è italiano, ma vive e lavora in Germania; è uno storico e si interessa molto della realtà politica italiana (tra l’altro, è amico di Doparie su Facebook).

Lo ringraziamo molto per il suo contributo, che beneficia di un punto di osservazione privilegiato. Da parte nostra, aggiungiamo che referendum interni (mai attivati) sono previsti anche dallo statuto del Pd, che però non prende in considerazione la democrazia deliberativa, fondamentale nella metodologia delle doparie.

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Il referendum interno della Spd corrisponde a un principio di democrazia deliberativa?
di Vito Gironda (insegna Storia delle Società Contemporanee presso l’Università di Bielefeld)

Si è forse aperta in Germania una nuova stagione di democrazia partecipativa? Questa domanda sta interessando molto l’opinione pubblica tedesca e, in specie, quei segmenti che si trovano accasati nella sinistra socialdemocratica.

Il contratto di coalizione tra l’Unione (CDU e la CSU) e la SPD è stato formalmente definito, ora la partenza della terza grande coalizione nella storia della Germania post 1945 è legata alla decisione degli iscritti al Partito Socialdemocratico. Infatti, fino al 14 di Dicembre i 475000 iscritti socialdemocratici sono stati chiamati a pronunciarsi sul contratto di coalizione negoziato dalla Direzione del partito.

Si tratta in definitiva di un referendum interno sugli indirizzi di politica generale e rappresenta anche un caso unico nella recente storia politica tedesca, e forse, anche tra i paesi membri dell’Unione Europea.

Secondo me, si possono però affrontare diverse piani di riflessioni. In primo luogo, la domanda che si deve porre è se effettivamente questa sorta di doparia corrisponda a un principio di democrazia deliberativa in senso stretto. È vero che la chiamata referendaria implica un modello di inclusione partecipativo, ma il problema è un altro. Il modello di democrazia partecipativa non si esaurisce con un sì o con un no rispetto alle scelte già negoziate dei gruppi dirigenti.

Tanto per usare una metafora: è come presentare un piatto di passatelli in brodo a un gruppo 50 turisti tedeschi in vacanza a Bologna in una brutta giornata d’inverno. Quasi tutti per il freddo e la fame non dubiteranno della bontà del piatto negoziato dalla guida turistica con la trattoria di turno. Altri, si sentiranno esclusi in quanto si tratta di un piatto servito, per certi versi anche “imposto” o fortemente caldeggiato dagli organizzatori, ma sicuramente non si tratta di un piatto deliberato in base alle aspettative, in questo caso culinarie, dei partecipanti. Forse, molto altri preferivano le tagliatelle al ragù!

Come dire, esiste una contingenza del momento storico che va presa in considerazione.

La bontà propagandistica dei nipoti di Willy Brandt di farsi ora interpreti di quell’idea brandtiana di “mehr Demokratie wagen” (“coraggio di maggiore democrazia”, ndr) sa tanto di strategia comunicativa. Rimaneggiare le pratiche democratiche in una direzione partecipativa richiede un momento politico fondante differente: l’atto individuale del cittadino di agire attraverso la discussione in uno spazio pubblico politico.

Partecipare, cioè, in qualità di soggetto deliberante in uno spazio pubblico politico all’interno del quale diversi attori esprimano e fondano i discorsi sulle scelte da fare. Proprio che la democrazia partecipativa si incrocia con quella deliberativa e la deliberazione assurge a carattere vincolante.

Per quanto l’esperienza della SPD sia interessante, per quanto essa possa essere assunta a modello di partecipazione futura, il problema resta a monte.

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