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La sfida della democrazia interna ai partiti nel tempo di Renzi

giugno 30th, 2014Comments Off
La sfida della democrazia interna ai partiti nel tempo di Renzi

Il tema della democrazia interna sta al cuore delle tensioni che oggi interessano diversi partiti italiani.

Nel partito Democratico, l’obiettivo di portare a casa l’importante riforma costituzionale del Senato della Repubblica spinge Renzi a sostituire  nella commissione Affari Costituzionali due senatori non allineati (Vannino Chiti e Corradino Mineo), così provocando la temporanea auto-sospensione di tredici senatori democratici.

Nel Movimento 5 Stelle, le innovative consultazioni online attivate da Grillo e Casaleggio vanno di pari passo con le espulsioni di parlamentari e rappresentanti locali, e non impediscono al Movimento di perdere alle europee tre milioni di elettori rispetto alle elezioni politiche 2013.

Dopo il deludente risultato elettorale, Berlusconi e i dirigenti di Forza Italia litigano (per l’ennesima volta) sulle primarie; strumento invece oggi prediletto dalla maggioranza degli elettori di centrodestra.

In Sinistra Ecologia e Libertà, la diversa sensibilità sulla posizione da assumere nei confronti del governo si risolve con la fuoruscita di una decina di parlamentari.

Non c’è quindi troppo da meravigliarsi se secondo la maggioranza degli italiani, la democrazia può funzionare senza partiti. La serie storica dei dati è “impressionante” (parola di Ezio Mauro): si passa dal 39% del 2007 al 51% di giugno 2014:

democrazia_senza_partiti_demos_2014

Il politologo llvo Diamanti intravede un’iper-democrazia iper-personale, che “solleva qualche inquietudine, sul futuro della democrazia rappresentativa. Ma anche sulla democrazia senza aggettivi”.

Le recenti elezioni europee passeranno, infatti, alla storia per il successo clamoroso del PdR, il partito di Renzi (come lo definisce lo stesso Diamanti): 40.8% dei voti validi. A onor del vero, con un astensionismo del 43% (21 milioni di elettori), Renzi ha raccolto il voto del 23% degli elettori aventi diritto  (undici milioni di voti; il PD di Veltroni nel 2008 ne aveva presi dodici). Si può essere fiduciosi sul futuro della democrazia italiana, quando “l’astensionismo risulta largamente il primo partito del Paese“?

Nadia Urbinati ha scritto la scorsa settimana su Repubblica:

I cittadini italiani si fidano di Renzi non dei partiti e, presumibilmente, neppure del suo partito” , [...] Il partito politico, anzi i partiti politici, non sono in declino da oggi, ma oggi il loro declino è ancora più abnorme proprio perché avviene insieme al successo di un partito del segretario. [...] Il Partito del leader è figlio di un’epoca che ha incenerito la responsabilità politica, la quale in una democrazia è collettiva e complessa, raramente di un leader solo al comando.

Lanfranco Turci sull’Unità rileva che in Italia la stabilità e l’efficienza del sistema politico continuano a essere ricercate attraverso il mito della governabilità, quasi che le maggioranze artificiali possano ovviare alla ”scomparsa dei partiti politici intesi come soggetti in grado di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»” (articolo 49 della Costituzione). Turci si preoccupa per l’invadenza dell’esecutivo nel processo di revisione costituzionale (“del tutto inusuale in una forma di governo parlamentare”), e sulla riforma elettorale scrive:

l’approvazione dell’Italicum in tempi stretti viene spacciata come «democrazia dell’investitura», che darebbe una forma più moderna ed adatta ai tempi della democrazia rappresentativa, quando la risposta più consona alla crescente disaffezione della popolazione verso il processo democratico è, invece, l’estensione di forme di democrazia partecipativa e diretta, da innestare nella struttura rappresentativa.

Secondo gli studiosi, difficilmente la democrazia può funzionare senza partiti. D’altra parte, gli scandali in cui sono coinvolti e i sempre più tumultuosi cambiamenti della società impongono ai partiti di cambiare forma, e di farlo nella direzione di una maggiore democrazia interna. Come abbiamo visto, non si tratta solo di rispondere alle istanze di coinvolgimento avanzate da iscritti/elettori, ma anche di fornire agli eletti strumenti di collegamento con la base, attraverso cui possano evitare di rimanere schiacciati dai meccanismi di partito e trovare supporto a posizioni minoritarie.

Come evidenziato nel 2006, è proprio questa una delle funzioni principali della metodologia delle doparie: aiutare gli eletti a non finire succubi delle dinamiche del potere“.

 

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