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Il testo dell’articolo del Manifesto sulle doparie

luglio 17th, 2013Comments Off
Il testo dell’articolo del Manifesto sulle doparie
il manifesto del 16/7/2013 – pag. 15
COMMENTO – ALFIO MASTROPAOLO
Da Barca a Bettini, usi e abusi delle recenti forme di rappresentanza. Storia e attualità di una pratica democratica
Goffredo Bettini, capo riconosciuto del Pd romano, suggerisce di dar nuovo lustro alla democrazia introducendo, dopo la mezza truffa delle primarie, le doparie: nuovo istituto di quella che chiama la democrazia «deliberante». Così i cittadini potranno «condividere le scelte importanti della politica». Troppa grazia. Mentre i media sono ormai il bollettino di guerra dei diktat dei guardiani, pubblici e privati, della virtù economica, il mondo politico azzarda di quando in quando una sortita come questa, che malgrado l’approssimazione terminologica, testimonia quanto la democrazia – il problema non è solo italiano – sia sofferente. Delegata la sua capacità decisionale a istituzioni, finanziarie per lo più, nient’affatto democratiche, la sta divorando il distacco che separa la politica dai cittadini.
In verità, per buona parte del mondo politico, e del demi-monde intellettuale che l’asseconda, la via maestra rimangono le riforme istituzionali, volte a rafforzare l’azione di governo, magari importando una ricetta senza dubbio fallimentare – lo conferma il caso francese – come il presidenzialismo. Ma altri, più accorti, cercano altre strade. Come quella della democrazia deliberativa, resa nota al grande pubblico da una memoria di Fabrizio Barca, che, a conclusione della sua esperienza ministeriale, ha messo in dubbio proprio l’impostazione dirigista e manageriale che aleggia sulle istituzioni democratiche.
Il concetto è suggestivo, tanto che Bettini se ne appropria, seppur storpiandolo. Per fortuna, a far chiarezza concorre la guida alla democrazia deliberativa predisposta da Antonio Floridia (“La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi”, Carocci). Alto funzionario della Regione Toscana, dove anni or sono fu adottata un’innovativa legge sul “dibattito pubblico”, Floridia coniuga nel suo libro una robusta ricognizione teorica con l’illustrazione critica di esperimenti deliberativi, condotti, con maggiore o minor successo, in Toscana e altrove.
Cos’è la democrazia deliberativa? La deliberazione, rammenta Floridia, è «un processo dialogico e discorsivo, che permette – nella misura del possibile – di convergere, o il convenire, di tutti i partecipanti, sulla base di ragioni e motivazioni condivise, o almeno giudicate reciprocamente accettabili». Riesumata teoricamente da circa tre lustri, su ispirazione di Jurgen Habermas, la deliberazione è un’antichissima pratica, che prevede la possibilità di conciliare i conflitti non solo d’autorità o negoziando, ma pure tramite la discussione pubblica.
Nella sua variante più realistica, cui Floridia aderisce, la democrazia deliberativa prevede, a fianco degli organi di governo e rappresentativi convenzionali – nazionali, locali, perfino sovranazionali – consessi deliberativi, che coinvolgano chi sia interessato alle decisioni e finalizzati a predisporle. In tali consessi le parti avverse sono invitate a conoscersi, a parlarsi pubblicamente, e pertanto a censurare gli atteggiamenti egoistici, a persuadersi della rispettiva buona fede, a mobilitare le proprie competenze e a convergere intorno a una soluzione, magari alternativa a quelle immaginate in precedenza.
La deliberazione istituzionalizzata è dopotutto una variante della rappresentanza: non elettiva, ma pur sempre rappresentanza, giacché anche in essa qualcuno parla a nome di qualcun altro. Promette sì di coinvolgere i cittadini comuni, ma di fatto ne coinvolge solo alcuni, che rappresentano altri cittadini comuni. In compenso è una forma di rappresentanza peculiare, più ravvicinata e non elettiva. Come ogni forma di rappresentanza, essa apre ai cittadini, tanto quanto regola, ordina e restringe. Ma, sebbene discutibile alla luce di un’idea astratta di autogoverno, può costituire nel mondo reale un antidoto all’ottusità oligarchica dei regimi democratici odierni.
La deliberazione è a prima vista apolitica. Chi vi partecipa, si spoglia della propria affiliazione partitica. Ma ciò non esclude ogni forma di politica. Intanto, non si cancellano le elezioni, né la rappresentanza. E alla politica resta la responsabilità di decidere. Nulla inoltre è mai apolitico. Non lo sono i tecnici quando governano e che, dietro il velo della tecnica, spacciano solidissime opzioni politiche e ideologico. Né alle loro idee rinunciano gli attori coinvolti dai consessi deliberativi. La deliberazione è solo un modo per condurre altrimenti la lotta politica, usando quell’arma potente che è l’agire comunicativo. Con un orientamento marcatamente antielitista.
Ovvero: dietro la sterilizzazione – provvisoria e circoscritta – delle appartenenze partitiche c’è un plusvalore, sicuramente politico, a favore, delle preferenze egualitarie, solidariste, ambientaliste. Ognuno fa politica come può. Nella democrazia deliberativa si fa politica mettendo i cittadini in condizione di ragionare e confrontarsi su temi concreti. Cosa accadrebbe se un po’ di elettori Pdl fossero invitati a deliberare su tasse e servizi pubblici? O se un campione di cattolici dovessero ragionare con chi crede altrimenti su questioni eticamente sensibili senza le scorciatoie ideologiche usate al momento delle elezioni? Se insomma liberalizzassimo almeno un po’ l’intelligenza dei cittadini comuni? Non a caso al momento i politici pongono alla deliberazione confini tematici molto rigorosi. Né che la legge adottata in Toscana sia stata imitata solo in Emilia-Romagna. Eppure, come mostra Floridia, la deliberazione può finanche essere un’arma per i politici, oggi debolissimi di fronte ai potentati economici.
In più, tra gli effetti sistemici potrebbe esserci quello di rivalutare più in generale la discussione. Oggidì si fa politica tramite stereotipi, affermazioni apodittiche e provocazioni mediatiche. Cosa accadrebbe se alla periferia del sistema si ricominciasse a discutere? Tosto o tardi la pratica potrebbe consolidarsi ed estendersi.
I miracoli, sia chiaro, sono esclusi. Le istanze deliberative richiedono anzitutto un discreto capitale culturale per accedervi. Non tutti sono in grado di parlare in pubblico. La deliberazione tratta un tema alla volta, segmenta perciò le questioni e restringe l’orizzonte politico. Eppure, nelle attuali circostanze potrebbe dare un qualche aiuto a superare la paralizzante impasse in cui i regimi democratici sono stati (intenzionalmente) cacciati.

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