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Le Doparie sul Manifesto: “Il referendum Pd cambia verso”

settembre 23rd, 2014Comments Off
Le Doparie sul Manifesto: “Il referendum Pd cambia verso”

Daniela Preziosi scrive di doparie su il manifesto:

Un ricer­ca­tore del Cnr, Raf­faele Cala­bretta, ha preso a cuore la que­stione e da anni scrive libri sulle «dopa­rie», cioè con­sul­ta­zioni «dopo le pri­ma­rie», «richie­ste dai cit­ta­dini, per veri­fi­care dal basso scelte e com­por­ta­menti dei poli­tici, ma anche pro­po­ste dai par­titi, per cono­scere l’umore dell’opinione pub­blica su grandi temi d’interesse gene­rale. Il testa­mento bio­lo­gico, la Tav in val di Susa, il caso Ali­ta­lia, le alleanze».

Sempre a pagina 3 del giornale, è possibile leggere una intervista a Giuseppe Civati, che accenna alla proposta di regolamento per i referendum interni elaborata su suo invito dal progetto Doparie (e consegnata all’allora segretario Bersani):

La man­canza del rego­la­mento non mi sem­bra una grande argo­men­ta­zione per i nemici della buro­cra­zia. Se il pro­blema è quello, io molto tempo fa ne ho pro­po­sto uno: lo metto a dispo­si­zione.

Di seguito l’intero articolo, che traccia la storia dell’istituto del referendum interno PD (articolo 27 dello statuto).

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Democrack. Nello statuto degli 'Stranamore' lo volle Veltroni. Piaceva tanto anche a Renzi. Fino a ieri. Ma al Nazareno c'è una larga intesa per non scriverne il regolamento, quindi per renderlo inutilizzabile. E oggi i fan del segretario si riscoprono partitisti

Il referendum del Pd cambia verso

di Daniela Preziosi, il manifesto

Lo volle for­tis­si­ma­mente Wal­ter Vel­troni, il primo segre­ta­rio del Pd, quello che nel 2008 varò lo sta­tuto degli «Stra­na­more» (il copy­right è di Franco Marini, si rife­riva non ami­che­vol­mente ai pro­fes­sori Ste­fano Cec­canti e Sal­va­tore Vas­sallo che lo ave­vano scritto). Volle inse­rire il refe­ren­dum degli iscritti fra i prin­cipi fon­da­men­tali del par­tito nascente, insieme alla voca­zione mag­gio­ri­ta­ria e al segre­ta­rio eletto dagli elet­tori. Art.27, «forme di con­sul­ta­zione e di par­te­ci­pa­zione alla for­ma­zione delle deci­sioni del Par­tito». Può essere «con­sul­tivo» o «deli­be­ra­tivo». Per con­vo­carlo serve la richie­sta «del Segre­ta­rio nazio­nale ovvero la Dire­zione nazio­nale con il voto favo­re­vole della mag­gio­ranza asso­luta dei suoi com­po­nenti, ovvero il 30 per cento dei com­po­nenti l’Assemblea nazio­nale, ovvero il 5 per cento degli iscritti al Pd».

Della sua uti­lità Vel­troni era con­vinto dal lon­tano ’94 quando il Pds, per sce­gliere il suc­ces­sore di Achille Occhetto, si inventò una con­sul­ta­zione dei diri­genti locali — prima asso­luta in un par­tito ex comu­ni­sta — che indi­ca­rono lui come pre­fe­ri­tis­simo. Così aveva fatto anche «il popolo dei fax», avo della cosid­detta «società civile» e che oggi orga­niz­zebbe la rivolta in rete. Ma poi il con­si­glio nazio­nale elesse Mas­simo D’Alema: 249 voti con­tro 173. I Bas­so­lino, i Rei­chlin, i Ranieri — forse oggi li chia­me­reb­bero «la vec­chia guar­dia» — decisero diver­sa­mente.

Nel nuovo Pd i fan dell’istituto del refe­ren­dum interno — una mezza bestem­mia per un par­tito del 900 dove un diri­gente diven­tava tale per­ché aveva (almeno) chiaro cosa pen­sava la base — sono i vel­tro­niani. Come Gof­fredo Bet­tini, che ancora alle pri­ma­rie del 2013, l’anno scorso, ne par­lava come della «rivo­lu­zione» per azze­rare le guerre cor­ren­ti­zie e di «rico­struire un rap­porto vero con le per­sone, nell’esercizio della loro respon­sa­bi­lità poli­tica indi­vi­duale»; una forma «di demo­cra­zia deli­be­rante attorno ai grandi temi, con pro­ce­dure tra­spa­renti, rego­lari, agili e con­di­vise», per far sì che «gli i iscritti con­tri­bui­scano in modo deter­mi­nante a deci­dere le scelte e indi­care gli indi­rizzi».

Tra­di­zio­nal­mente più scet­tici i dale­miani, i ber­sa­niani poi cuper­liani e oggi ’rifor­mi­sti’. Come sulle pri­ma­rie: causa una fisio­lo­gica fidu­cia nel ruolo dei gruppi diri­genti, «il partito».

Fatto sta che né gli uni né gli altri hanno mai appro­vato quel «rego­la­mento» che da sta­tuto serve a ren­dere fat­ti­bile il ricorso alle urne. Un paio d’anni fa ne ha pro­po­sto uno Pippo Civati. Nel 2009 ci aveva pro­vato Igna­zio Marino, per chie­dere ai gazebo l’orientamento sul bio­te­sta­mento. Erano i mesi del «ma anche» vel­tro­niano e dei ’teo­dem’. Un ricer­ca­tore del Cnr, Raf­faele Cala­bretta, ha preso a cuore la que­stione e da anni scrive libri sulle «dopa­rie», cioè con­sul­ta­zioni «dopo le pri­ma­rie», «richie­ste dai cit­ta­dini, per veri­fi­care dal basso scelte e com­por­ta­menti dei poli­tici, ma anche pro­po­ste dai par­titi, per cono­scere l’umore dell’opinione pub­blica su grandi temi d’interesse gene­rale. Il testa­mento bio­lo­gico, la Tav in val di Susa, il caso Ali­ta­lia, le alleanze».

Fatto sta che il rego­la­mento non è mai arri­vato. «Non per cat­ti­ve­ria, ma per­ché non serve. Quando verrà con­vo­cato un refe­ren­dum, basterà un voto un dire­zione», mini­mizza Nico Stumpo, già capo dell’organizzazione nell’era ber­sa­niana. In pra­tica nel Pd il refe­ren­dum c’è ma non si fa: su que­sto la «larga intesa» fra sini­stra e destra del par­tito è mas­sima e inos­si­da­bile. Renzi, già pasda­ran della con­sul­ta­zione, ora che il refe­ren­dum viene agi­tato con­tro il segre­ta­rio — cioè lui — è col­pito da un’amnesia. Lorenzo Gue­rini, vice­lea­der e attuale capo dell’organizzazione, alla sola parola chiede «di abbas­sare i toni» e non «minac­ciare sfracelli».

Ora che gover­nano il par­tito, gli anti­chi refe­ren­dari si sco­prono par­ti­ti­sti con­vinti. I ren­ziani più solerti e incauti teo­riz­zano aper­ta­mente: «A chi pensa che basti far bale­nare l’idea della con­sul­ta­zione popo­lare per annac­quare la riforma del lavoro rispon­diamo che gli ita­liani non pos­sono più aspet­tare» (Fede­rico Gelli); «Una richie­sta fuori luogo, il Pd ha i suoi orga­ni­smi demo­cra­ti­ca­mente eletti al con­gresso e all’interno di que­sti si devono pren­dere le deci­sioni che i par­la­men­tari hanno il dovere di rispet­tare in aula con il loro voto».

Ragio­na­mento che però potrebbe valere sem­pre, con buona pace dell’art.27 dello sta­tuto del Pd. Che dun­que finirà rot­ta­mato di fatto. Pro­prio come l’art.18 di quell’altro sta­tuto — quello dei lavo­ra­tori -. Magari con minore rimpianto.

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