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Barca: se hai un partito che li fa decidere, gli elettori si iscrivono

settembre 25th, 2013Comments Off
Barca: se hai un partito che li fa decidere, gli elettori si iscrivono

Sull’Unità, Fabrizio Barca spiega il crollo nel tesseramento PD con il mancato coinvolgimento della base nelle scelte sulle questioni:

La tessera la puoi prendere per nostalgia, per un legame con un certo mondo, ma il Pd non suscita oggi sentimenti molto forti. Oppure la puoi prendere per fare qualcosa, per discutere e decidere. E questo avviene assai poco nel Pd».”

E poi ribadisce chiaramente il concetto:

se hai un partito che li fa decidere [gli elettori] si iscrivono

Ecco l’intervista per intero:

l’Unità 18.9.13
Fabrizio Barca: «Al Pd serve un vero segretario»
«Resto un battitore libero. Sì a un segretario vero»
«Ogni candidato ha qualcosa che mi piace: l’europeismo di Pittella,
la novità di Civati, la rottura di Renzi, l’impianto di Cuperlo»
intervista di Vladimiro Frulletti

Non ha ancora deciso chi sostenere al congresso, e forse non lo deciderà mai: «Voglio rimanere libero di poter fare il rompiballe sui contenuti». Ma Fabrizio Barca a conclusione del suo giro d’Italia alla ricerca del Pd che c’è (da cui ha tratto il libro, La traversata, che esce oggi per Feltrinelli), l’idea su quello che dovrebbe essere il Pd l’ha chiara. Netta separazione fra segretario e candidato premier per evitare che il partito diventi megafono del governo e quindi «inutile» nella società. E più potere decisionale a chi si impegna nel partito che a chi vota solo alle primarie. Il nodo, spiega, è come costruire una moderna forma partito. Ed è su questo punto che fin qui i «quattro candidati non hanno ancora dato garanzie».

Oltre 21mila km percorsi, oltre 10mila persone incontrate in più di 162 circoli. Il suo viaggio nel Pd ha mostrato una gran voglia di partecipazione, eppure gli iscritti sono in calo: il tesseramento è a poco più della metà dei 500mila del 2012 e meno di un terzo degli oltre 800mila del 2009. Non è strano?
«No, in tutti gli incontri c’è sempre stata una quota rilevante, tra il 30 e il 40%, di non iscritti. E di questi, molti che non avevano rinnovato la tessera e moltissimi pure che s’erano messi in coda alle primarie».

Come spiega questa caduta nel tesseramento?
«Perché non è chiara la ragione sociale per cui iscriversi. La tessera la puoi prendere per nostalgia, per un legame con un certo mondo, ma il Pd non suscita oggi sentimenti molto forti. Oppure la puoi prendere per fare qualcosa, per discutere e decidere. E questo avviene assai poco nel Pd».

Il numero sempre più basso di iscritti non dimostra che il Pd non può fare a meno di quei 3,5-4 milioni di persone che pur non avendo la tessera partecipano alle primarie? Con la sua idea di dare potere decisionale solo a chi effettivamente partecipa alla vita di partito, non si rischia di restringere il campo e rinunciare a quel patrimonio che sono gli elettori delle primarie?
«Il voto alle primarie ti costa solo un po’ di suola delle scarpe. Non è molto faticoso. Fai molta più fatica a iscriverti e soprattutto a partecipare e a lavorare in una associazione. Lo scarto col fare la fila al gazebo è profondo. E ovunque la politica che suscita partecipazione sta proprio nella possibilità concreta di incidere sul proprio destino. Non è sufficiente infilare un nome in un’urna. Ecco se hai un partito che li fa decidere si iscrivono, altrimenti è grasso che cola se quando ci sono le elezioni ti votano».

Dalla sua idea di cosa dovrebbe diventare il Pd se ne deduce che lei sosterrà Cuperlo. Sbaglio?
«Sì, si sbaglia. Tutti i quattro candidati offrono idee interessanti, ma da nessuno ho sentito ancora come costruire una forma partito moderna. Nessuno ha ancora spiegato come mettere in rete i circoli, cosa fondamentale che infatti fanno tutte le più moderne associazioni come Greenpeace. Nessuno ha detto chiaramente che il partito non è una scorciatoia per un incarico pubblico da qualche parte. Nessuno propone, come chiedono i tanti circoli che ho incontrato, che la direzione sia ridotta da 200 a 20 membri per renderla davvero un organismo che decide. Al momento in ogni candidato c’è una parte che mi piace. L’attenzione all’Europa di Pittella, le esperienze giovanili che Civati suscita e intercetta, la voglia di far saltare le posizioni di rendita di Renzi e l’impianto teorico di Cuperlo».

Quindi non ha ancora deciso.
«Non posso farlo perché non vedo impegni».

Deciderà?
«Forse. Ma il mio piccolo ruolo non è indicare un nome, ma spingere l’attenzione dei candidati su due nodi da sciogliere».

Quali?
«Come appunto si ricostruisce un partito che scateni un vero confronto di idee e che così produca pressione su chi governa. E poi con quale metodo e strategia si governa il nostro Paese. Sono venti anni che il centrosinistra ci prova e non ci siamo riusciti. È vero che paghiamo le code delle vicende passate e che la congiuntura è particolarmente difficile, ma ci serve anche un partito che voglia e sappia realizzare cambiamenti radicali. È questo che dico nel mio libro-riassunto del viaggio che ho fatto in questi mesi fra il popolo del Pd. Non essendo alla ricerca di collocazioni, mi posso permettere di fare il rompiballe».
Bersani dice che non capisce che idea di Pd abbia in testa Renzi. Lei l’ha capita? «Del sindaco di Firenze mi piace l’idea di introdurre meccanismi concorrenziali nel partito e nella società. Perché uno dei mali italiani è la difficoltà a scardinare le posizioni costituite. Ma il rinnovamento come lo vuol fare? Attraverso una gara di idee e persone per una nuova sinistra forte o calando dall’alto una nuova cordata? È questo a cui non ho avuto ancora risposta».

Un elemento determinante per stabilire quale Pd avere nel futuro è la questione segretario uguale candidato premier. Lei è per dividere le funzioni. Tuttavia i generali senza esercito, come Prodi nel 1996, durano poco.
«No l’esercito c’era. Il problema di quel governo fu una strategia troppo astratta e costruita da un’élite. Per me prima serve una strategia resa precisa e condivisa dal confronto-conflitto dentro il partito e poi ancora un partito pronto a sostenere nella società gli scossoni che inevitabilmente produrranno le scelte del governo. Perché è ovvio che quando si inizia a togliere le incrostazioni che ci sono in Italia poi l’impatto va retto. E non lo può reggere un partito-megafono del governo. Il partito cioè deve svolgere un compito non dico autonomo, ma sicuramente diverso da quello del governo. Se il segretario è anche premier il partito è solo un megafono del governo, non uno strumento della società. E così non serve a molto, neppure a chi guida il governo».

Nella sinistra europea, forse con la sola eccezione francese, il leader del partito è anche candidato premier. «Prendiamo il caso di scuola: la Gran Bretagna. Come si sa la strategia di Blair è per molti versi fallita. Però è un tentativo alto, che ha molto da insegnarci e ha retto dodici anni. E che prima di arrivare a battere i conservatori impiega sette anni di confronto, anche duro, sulle cose da fare e che per tre anni è spinto da un leader che si dedica solo al partito. L’insuccesso e la crisi del partito laburista sono anche figli della sua successiva mancata autonomia».
Oggi il Pd è al governo col Pdl. Quanto malessere ha trovato nella base democratica per le larghe intese? «Parecchio. Ma, come si vede dal libro, che ha un intero capitolo dedicato alle voci dei circoli, tutti indicano anche una via d’uscita molto pratica. Visto che ci siamo, dicono, vogliamo chiedere a questo governo di fare cose che sono più vicine alle nostre corde e più utili all’economia? Vogliamo essere come partito tanto robusti come lo è stato il Pdl con l’Imu? Questo chiedono».
Teme uno scivolone del Pd sulla decadenza di Berlusconi?
«No. La situazione è così chiara. Uno scivolone non è pensabile, anche perché se accadesse sarebbe la fine del Pd».

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